Imagine a government ordering that lawbreakers be rounded up "with blacks as a priority".
The Economist, 16 settembre 2010
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Imagine a government ordering that lawbreakers be rounded up "with blacks as a priority".
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Alessandro Lanni
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Una filosofa risponde (virtualmente) a chi vorrebbe vietare il velo integrale nel nostro paese.
C'è chi, punto per punto, smonta le ragioni del divieto di indossare il velo in un paese occidentale. In un lungo articolo uscito sul New York Times, Martha Nussbaum solleva alcune obiezioni alla legittimità del divieto in democrazie come le nostre.

Me lo ricordo bene nella tv in bianco e nero quel cappello lucido e quegli spari nel Parlamento spagnolo. Prossima lettura il libro di Javier Cercas sul tentato golpe di Tejero del febbraio 1981.
(Un post per quella foto che ha un fascino senza tempo).
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Come molti, a sedici anni (che poi erano gli anni ottanta, ed era forse giusto così) ho subito per un po’ la fascinazione della scrittura sperimentale che mischia racconto e meta, che il protagonista è lo scrittore, che a volte parla con l’autore e storia e meta-storia s’intrecciano. Insomma, tutto quello che era uscito da certi anni settanta e aveva trovato in parte patria nei primi eighties. Leggere quel certo Calvino e poi la versione carta da zucchero dei Fiori blu di Queanau e Borges (certo Borges) ci faceva sentire così smart e intelligenti che addirittura ci facevamo regalare i Meridiani a Natale e le stampe di Escher.
Poi la malattia sembrava passata, quando è apparsa la Trilogia di New York di Auster. Epperò è bastato solo il primo romanzo per vedere che l’incanto era finito, che il protagonista col nome dello scrittore non è chissà poi che grande idea e che forse io alla letteratura avrei chiesto anche altro oltre alla condivisione di una certa arguzia.
Nel 2010, avrei creduto che quell’epoca fosse tramontata. E invece pare che il virus circoli ancora. No, non sto pensando al masturbatorio Houellebecq, criticato su Repubblica ieri da Ben Jelloun. No, penso all’unica lettura da mare fatta finora. L’ultimo libro di Jonathan Coe non è niente male come intrattenimento agostano. Peccato per le ultime tre/quattro pagine nelle quali esce quel sapor di trent’anni fa, come una pennetta alla vodka, però rancida.
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Anni fa (c'era ancora Biscardi), per una bella rivista di pallone, scrissi questo pezzetto sull'impossibilità teorica della moviola come strumento per decidere definitivamente le questioni che sorgono sui campi di calcio. Sul tema, oggi Repubblica ci fa un Diario.
La questione è seria, soprattutto per Biscardi. Già, perché la questione in questione è da qualche anno il Kulturkampf del rosso di Larino. Stiamo parlando della moviola a bordo campo, la panacea che dovrebbe eliminare
per sempre il male che affligge il gioco del calcio nel XXI secolo: gli errori degli arbitri. Un grande occhio che vigila su quelli fallibili delle giacchette nere e la possibilità di vedere e rivedere in tempo reale un’azione dubbia per sciogliere ogni dubbio.
Era fuorigioco o no? Il centravanti s’è buttato? Dentro o fuori l’area? Mano? Volontario o casuale?
La tecnologia riempirebbe il buco della finitezza umana, così vuole la vox populi del Processo. Quasi quell’occhio fosse quello di Dio che from nowhere, come dice bene Thomas Nagel, vigila sulle cose calcistiche. Eppure, tra la moviola e il campo c’è un ostacolo grosso così.
Il problema è serio perché contro la moviola in campo c’è un argomento più solido, più rigoroso di quelli dei romanticoni, del calcio dal volto umano, delle maglie di lana e senza sponsor, dei giocatori con la brillantina Linetti e la retina per tenere i capelli. Certo hanno ragione pure loro che sostengono che un eccesso di tecnologia farebbe perdere quell’ultimo briciolo di fascino al gioco del pallone.
Ma non è una questione solo estetica, di poesia.
Il fatto vero è uno: che la moviola in campo non funziona per una ragione, per così dire, filosofica, o meglio, ermeneutica. Un argomento proposto da uno dei più importanti filosofi del XX secolo, Ludwig Wittgenstein. È un corollario della famosa questione del «seguire una regola» esposta nelle Ricerche filosofiche, l’opera più nota insieme al Tractatus del genio austriaco. Le Ricerche furono pubblicate postume nel 1951 e sono una raccolta di paragrafi più o meno lunghi («una raccolta di schizzi paesistici», la definisce Wttgenstein) su di una costellazione di temi distinti ma imparentati. Tra i luoghi principali ci sono qualche decina di pagine nelle quali Wittgenstein
affonda la lama in uno dei temi classici della tradizione filosofica per farne piazza pulita. Il platonismo, il realismo vanno a farsi benedire, non servono a spiegare perché le parole hanno un senso e come facciamo noi a comprenderlo.
«Seguire una regola è una prassi» e questo basti. «Quando incontra la roccia», scrive altrove Wittgenstein, «la vanga si piega», è inutile chiedere oltre. Non ha senso cercare di dire con nuove parole il significato, sempre di parole si tratterà, sempre con i segni avremo a che fare. La cosa, la regola in sé rimarrà
ancora nascosta. E lo stesso discorso vale per la moviola.
La questione in sintesi è: la regola non è in un altrove distante, il linguaggio non è uno strumento da perfezionare sempre più (magari tecnologicamente) per inquadrare finalmente il mondo delle regole e dei significati. Non esisterà nessuna riscrittura, spiegazione, interpretazione (come scrive Wittgenstein) a rendere più precipuo, più comprensibile il segno. Certo, di fatto si può dare - e
si dà spessissimo - che una nuova spiegazione aiuti a comprendere qualcosa che prima non si era afferrato. Ma solo perché quel significato c’era già prima, perché l’espressione della regola era in qualche modo già compresa.
Allo stesso modo, è inutile credere che la ripetizione dell’azione incriminata alla moviola possa in sé dirimere la questione. Che cento telecamere distribuite intorno al campo possano chiarire se il rigore c’era, se il guardalinee ha fatto bene a sbandierare il fuorigioco oppure se quello sgambetto era volontario. Un’immagine, come quelle della moviola, non sarà mai autoesplicativa e trasparente, il Deus ex machina che risolve definitivamente il dubbio. Come ogni segno, anche la moviola ha bisogno della nostra familiarità per comprendere se il fallo c’era, se era volontario o meno.
Di per sé dice poco o nulla, come d’altro canto dimostrano le interminabili discussioni attorno ai replay nei salotti della domenica sera.
Certo, può essere utile e a volte funzionale tenere un monitor lungo la linea dell’out, con un quinto uomo a vigilare sull’operato del primo, del secondo, del terzo e, perché no, del quarto. Tuttavia, quelle sequenze rallentate non saranno mai decisive in assoluto. Le immagini della moviola da sole non possono certificare un bel nulla e in fin dei conti oltre l’arbitrio dell’arbitro (o di chi per lui) non c’è modo di andare.
Certo, si potrà dire, è solo una questione de jure e non de facto.
Qualcuno può dire: il fallo di mani di Zauri in Lazio-Fiorentina di poche settimane fa è un caso lampante di come la moviola possa aiutare. Ma veramente serviva la moviola a scegliere? Non bastavano arbitro e assistenti un po’ più attenti? Qual è la morale di questo frullato di Biscardi e Wittgenstein? Che neanche la più perfetta riscrittura tecnologica di una partita
potrà mai risolvere in maniera definitiva e assoluta la questione dell’applicazione corretta di una regola. Nella società dell’immagine, la moviola in campo è solo una scusa ulteriore per sottrarsi alla fallibilità umana, all’inesplicabilità teoretica del seguire una regola.
Per giocare una partita di pallone, come per vivere, ci vuole il coraggio di sfidare l’inevitabilità dell’errore. Anche quello degli arbitri.
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Ho scritto questo perché trovo che qui ci sia un misto non troppo malcelato di compassione e disprezzo nei confronti delle donne velate mascherato però da Illuminismo, laicità ecc. Ecco, un misto insopportabile.
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Su Avoicomunicare, intervista a Lorella Zanardo su come le atlete debbano essere sexy e i maschi no nell'epoca di Buona Domenica.
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Il nuovo numero di Reset e qui finalmente il nuovo sito.
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Stamattina ho comprato il mio primo libro per il Kindle e il mio secondo giornale. E ho messo a fuoco un paio di cose.
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Io tendenzialmente sarei pure d'accordo con quello che Massimo Mantellini scrive intorno all'ennesima intervista di Umberto Eco a tema Internet e ignoranza.
Quel che mi convince poco però sono le conclusioni alle quali Mantellini arriva.I libri e i giornali, esattamente come Internet, sono pieni di stupidaggini. Su Internet ce ne sono parecchie in più ma in rete le persone curiose possono educare se stesse a riconoscerle ed evitarle, e possono aiutare gli altri a fare altrettanto. Altrove c’è invece bisogno di un Professor Eco che faccia il lavoro per loro. Se invece il problema è che ci sono poche persone curiose, oppure poche persone colte, Internet è in grado di aiutarle a diventarlo, esattamente come i libri o i quotidiani o il Professor Eco.
Questo varrebbe in un panglossiano migliore dei mondi possibili nel quale ognuno di noi ha tempo illimitato per stare in rete, cultura sterminata che gli permette di discenere le bufale (o anche solo le informazioni inutili) da quello che gli serve e magari è pure fondato. Epperò, il terremoto a Lisbona c'è stato. E i giornali hanno senso, proprio perché la gente ha mediamente quella mezz'oretta, se va bene, per leggerli ogni giorno.
Da secoli svolgono il loro ruolo proprio perché noi deleghiamo a qualche centinaio di persone il compito che noi normali affaccendati in altro non riusciamo a svolgere quotidianamente, ovvero il costruirci una nostra razione di informazioni in autonomia.
«In rete le persone curiose possono educare se stesse a riconoscerle ed evitarle». E' proprio quell'«educare se stessi» il problema. I giornali hanno contribuito a quella educazione. Al contrario, la rete presuppone quell'educazione (o un altro tipo di, ancora da scoprire). La fiducia nei quotidiani tradizionali la paghiamo con l'acquisto e speriamo sia ben riposta fino a quando, e può capitare e capita di frequente, l'accordo non viene tradito dalla bufala di turno.
Ma non è una questione di principio, ma di fatto. La questione di principio è l'altra, ovvero che la rete pressupone persone curiose e competenti, i giornali no e per questo hanno avuto un ruolo fondamentale per la democrazia del XX secolo.
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Non è lecito chiamare fratricida la lotta conto chi attenta alla vita e all’onore della Patria. Non è fratello chi rinnega la Madre e le spara addosso... Le Brigate Nere in che periodo sono apparse? Quando altri si squagliavano e noi ci adunammo. Altri dimettevano il distintivo e noi ci rimettemmo la camicia nera. Altri cercavano di farsi dimenticare e noi ci ricordammo. Ci ricordammo delle parole date, delle fedi promesse, dei compagni perduti. Noi ci ricorderemo sempre... Le Brigate Nere sono una famiglia, questa famiglia ha un antenato, lo Squadrismo, un blasone: il sacrificio di sangue, una genitrice: l’Idea fascista, una guida, un esempio.
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Quello che giovedì sera Sandro Bondi ha detto da Lilli Gruber ha dell'incredibile. Non che chissà che si debba aspettare uno da Bondi, ma che nessuno lì glielo abbia fatto notare fa spavento.
Dice Bondi: «No, nel Pdl non abbiamo fatto il tesseramento perché poi si sa come vanno a finire queste cose». Come a dire, il rischio di inquinamento, di compravendita, di tessere finte è così alto che meglio esimersi da questo esercizio di partecipazione democratica al partito.
Che, come si intuisce, è un gran ragionamento. Si potrebbe, per dire, applicare anche alle elezioni. In quei paesi, in quelle città, in quelle regioni, meglio non svolgere le elezioni, che poi si sa che qualcuno si compra i voti in giro. Meglio sospendere la democrazia e mandarci un prefetto. Almeno per un po'.
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La mia compagna di banco è una ragazza brava e buona e ci ha 25 anni e si chiama Claudia. Ieri è uscito il suo primo romanzo e qui siamo tutti un po' eccitati. Cioè, in verità la più eccitata è lei. Ma anche noi un po'.
Non è mica un romanzetto così, ma 300 (trecento) pagine con che titolo intorno. Pagine che pare parlino di America e di punk.
Io, se non lo avessi già fatto, me lo comprerei.
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«Facile che ci abbia cambiato più Bill Gates che Derrida». «Cartesio ha chiarito una volta per tutte cosa vuol dire certezza», «lasciamo alla scienza la pratica della certezza».Di certo ognuno ha fatto il suo mestiere. Repubblica a pubblicare oggi l’articolo in prima della Cultura, Alessandro Baricco a scrivere un pezzo a partire da un libro di filosofia (l'ultimo di Maurizio Ferraris). Repubblica drena lettori attraverso la firma, Baricco s’impegna a far l’intellettuale esercitandosi su quel che non conosce (l’intellettuale, in fondo, fa un po’ questo). Tutto bene, e l’articolo è pure godibile.
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Tutto quello che ci piace: ogni giorno articoli, discussioni, segnalazioni dalla stampa di tutto il mondo. Da ieri, sul blog di Caffe' Europa.
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Luca De Biase ha scritto qualche post intorno a un convegno di storia che si svolge in questi giorni a Torino. Ho l'impressione di non essere molto d'accordo con quel che scrive. Non sono d'accordo neanche con l'articolo di Bruce Sterling (il pdf lo trovate qui) che Luca ha scelto per la prima pagina di Nova24.
E' singolare che Sterling ci tenga a sottolineare che «noi non possiamo creare documenti fatti apposta per tramandare tutti i fatti relativi a noi». Innanzitutto perché i documenti storici non esistono in sé: una lapide funeraria romana o un piatto etrusco non lo sono. Oltre a ciò, che è abbastanza intuitivo, la questione sta in quel «tutti i fatti relativi a noi». I «fatti» e «noi» fanno molto più problema di come la mette Sterling. Che l'evento storico (la crocifissione di Cristo, i 300 delle Termopoli, per non parlare poi della quotidianità del passato) sia storia è ovviamente un fatto che «decide» lo storico preso in un contesto particolare che è quello della sua epoca, della sua società ecc. E' una decisione presa sulla base di interessi particolari e contingenti.
«Gli antichi Egizi crearono diversi obelischi (...) che rappresentavano una documentazione sull'Egitto» scrive ancora Sterling che così immagina una situazione che non c'è, come se lui (o lo storico) potessero essere lì presenti quando gli antichi erigevano i loro obelischi prendendone in presa diretta il senso autentico di testimonianza dell'Egitto. A Sterling bisognerebbe dire che tutto sta a intendersi per chi la «rappresentano» una documentazione e a qual fine. Soprattutto, la cosa interessante è il senso che le varie civiltà, di volta in volta, hanno attribuito agli obelischi e non tanto l'ambizione di recuperare quella testimonianza che è impossibile e inutile.
Sul finire dell'articolo, Sterling dice qualcosa che ci piace di più: «Gli storici esamineranno le prove che lasciamo loro in modo diverso da come noi le esaminiamo oggi». A parte il fatto che noi non lasciamo prove per i posteri, la consapevolezza della relatività delle prove qui affermata da Sterling è un'affermazione positiva da mettere agli atti. E tuttavia contraddice proprio tutto quello che ha appena scritto. Se le guarderanno in modo diverso, anzi, diremmo noi, se sceglieranno loro quali saranno prove e testimonianze della nostra civiltà, che senso rimane ad affermazioni tipo quella tautologica per cui «gli storici non sono interessati alla quantità dei documenti ma alla loro rilevanza storica»?
Capisco, andrebbe tutto argomentato molto meglio, epperò la posizione di Sterling mi ricorda quell'amico di famiglia che tanti anni fa, prima di una coscienza ambientalista diffusa, lasciava in cima ai monti che raggiungeva dopo faticose arrampicate dei piccoli elettrodomestici (frullatori, phon, coltelli elettrici ecc.) per lasciare traccia della nostra civiltà ai posteri o agli alieni.
PS
E la risposta di Luca De Biase.
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Qualche giorno fa è morta Elisabeth Noelle-Neumann una delle più importanti studiose di mass media nel XX secolo. Tra l'altro, ha elaborato questo modellino qui a sinistra, la cosiddetta «spirale del silenzio». L'idea di fondo della Noelle-Neumann è che di fronte a un'opinione pubblica contraria è molto difficile per un individuo sostenere posizioni devianti rispetto alla massa. Tanto difficile che alla fine tale individuo si riduce spesso al silenzio.
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