Monday, September 24, 2007

La religione? Un mito obsoleto

Intervista del tenutario a Daniel Dennett uscita su Reset 104


«La religione è una forza potente nel mondo. Oggi ancora di più. Dobbiamo studiarla da un punto di vista scientifico così da poterne anticipare i cambiamenti». Daniel Dennett con Rompere l’incantesimo (Raffaello Cortina, pp. 502, 32 euro), in libreria da qualche tempo in Italia, sembra quasi rispondere al volume di Benedetto XVI uscito in Germania e presto disponibile in tutte le lingue. Se quest’ultimo, malgrado le aperture, ribadisce la superiorità della religione, il filosofo della scienza direttore alla Tufts University del Center of Cognitive Studies capovolge la gerarchia: anche la religione è un fenomeno naturale e come tale va studiato con gli strumenti della scienza. A differenza di pamphlet come quello di Cristopher Hitchens (Dio non è grande Einaudi) che fanno del senso comune l'arma con cui combattere il credo religioso, qui c'è solo la scienza, nient'altro che la scienza. Un approccio evoluzionistico applicato a un tema non scientifico già sperimentato in altri ambiti come la coscienza, in La mente e le menti (Rizzoli, 2000), e il libero arbitrio, in L’evoluzione della libertà (Raffaello Cortina, 2004). Scavando fino ai primi riti e culti della storia umana, il filosofo bright, razionalista e scettico arriva fino alle versioni attuali dei grandi monoteismi, in primo luogo il cristianesimo. Meno polemico e più analitico dell’amico e sodale Richard Dawkins, anche Dennett comunque non si nasconde dietro le parole: per lui religioni o mucche pari sono. Dal punto di vista evoluzionistico, s’intende.

Uno degli obiettivi del suo libro è quello di capire perché le religioni funzionino così bene. Qual è il risultato di queste analisi?

Non offro alcuna conclusione. Sollevo più domande di quelle cui do una risposta. Ma alcuni punti emergono piuttosto chiaramente: le odierne religioni vengono osservate meglio come discendenti addomesticati delle prime religioni «selvagge»; proprio come le mucche ereditano molte delle caratteristiche degli uri, gli ungulati selvatici da cui discendono, così le religioni organizzate di oggi ereditano caratteristiche delle religioni folcloristiche che anticipano la cristianità. Si sono evoluti per mezzo della selezione naturale senza l’aiuto di disegnatori intelligenti. E molte delle innovazioni più recenti, disegnate deliberatamente dai leader religiosi, possono essere più pericolose (alle religioni stesse, alle persone che ne fanno parte).

Con quali strumenti si affronta questo lavoro di naturalizzazione della fede religiosa?

Io adotto una prospettiva naturalistica che vede ogni essere umano possessore di una mente, ovvero, di un sistema cognitivo implementato nel cervello, niente di immateriale. Una mente che è plasmata in modo forte da molti fenomeni, non solo dai geni, e non solo dalla razionalità. Le menti degli esseri umani sono cariche di idee che provengono dalle culture in cui sono immersi, e forse queste idee sono le fonti principali della potenza e delle fragilità degli esseri umani. I processi evolutivi si verificano tra le idee così come tra gli esseri umani, le piante, i microbi, ecc. Possiamo trarre un’utile forza esplicativa e predittiva da un approccio evolutivo alla cultura.

Da un punto di vista evolutivo, esistono differenze tra le varie interpretazioni di una stessa fede, pensiamo per esempio alle differenze tra moderati e fondamentalisti?

Quando gli scienziati scoprono che non credono più a una teoria scientifica, la abbandonano e cercano di dimostrare una nuova teoria. Quando le persone scoprono che non credono più a dottrine religiose che i loro genitori o altre persone più anziane hanno insegnato loro, capita che quelli che non abbandonano la «fede» spesso cercano di temperarla, riversarla in una serie di dottrine più credibili. Abbiamo assistito a un’enorme diluizione dei credi più forti un tempo; quelli che non sentono questo bisogno di cambiamento sono chiamati fondamentalisti.

Lei ha detto che le religioni sono radicate nella società per tre motivi principali: «aiutare chi soffre e allontanare la paura della morte, spiegare cose che altrimenti non potrebbero essere spiegate, incoraggiare la cooperazione nel gruppo». Non crede che queste siano funzioni positive per le nostre società?

Naturalmente lo sono, anche se tutti questi elementi hanno anche lati negativi. Gli stessi credi e pratiche religiose che possono alleviare angosce a molti possono anche causare tremendi sensi di colpa e atroci sofferenze. Le spiegazioni sono sempre sbagliate e potrebbero essere sostituite da spiegazioni scientifiche migliori. E la cooperazione, che viene così fortemente incoraggiata dalle religioni, spesso porta ad azioni di una folla che non ragiona che ha prodotto alcuni dei più brutali «fanatismi» visti sul pianeta. La convinzione incontrovertibile che la causa dell’uno sia giusta, e giustifichi qualsiasi azione, ha portato molte persone altrimenti buone a compiere terribili crimini.

Non crede che la naturalizzazione di fenomeni come la religione, ma anche la filosofia, irrigidisca e semplifichi eccessivamente la molteplicità dell’esperienza umana?

La scienza tratta meglio di ogni altra attività con i fatti dell’esperienza, credenza, conoscenza, testimonianza. La scienza non cerca di creare bellezza (nel modo in cui fanno le arti, per esempio), ma la scienza può studiare come le arti creino la bellezza, per dirlo semplificando estremamente il discorso. In modo analogo, la scienza non cerca di fare quello che la religione cerca di fare, ma la scienza può studiare scientificamente ciò che la religione cerca di fare e il modo in cui lo fa. Ritengo che la naturalizzazione aumenti la nostra comprensione, renda i fenomeni più intensi e anche più chiari, anzi magnifici. Il resoconto scientifico del sistema solare è molto più imponente dei vecchi miti sugli dei e i carri fiammeggianti spinti attraverso il cielo. Penso che gli amanti della natura che non sanno niente della teoria biologica sono come gli amanti della musica che non sanno leggere la musica, che non conoscono la teoria armonica, ecc.

Esiste una via praticabile per uscire dal conflitto tra scienza e religione, in particolare quella cattolica? Proprio nei giorni scorsi è apparso in Germania il libro che raccoglie tra l’altro il discorso su «creazione ed evoluzione» che papa Ratzinger tenne a Castel Gandolfo lo scorso settembre. E la strada per una riconciliazione tra Chiesa e scienza non sembra ancora pronta.

Il Vaticano – con Benedetto XVI e il cardinale Schoenborn, in particolare – cerca di contribuire alla controversia sul creazionismo, e penso che sia inciampato malamente. Giovanni Paolo II ha fatto il suo famoso commento su come l’evoluzione non fosse solo una teoria, eppure anche lui ha continuato a insistere nell’escludere l’animo umano dalla teoria evolutiva. Avrebbe potuto dire che l’evoluzione va bene per tutti gli esseri viventi eccetto che per i canguri, o che l’evoluzione ha governato tutta la vita eccetto quella sulla penisola italica! L’idea che la nostra specie, l’homo sapiens, sia qualcosa benedetta da poteri sovrannaturali (e non solo da un’intelligenza enormemente più grande) non deve essere presa in modo serio. Sono felice, tuttavia, che questi temi ora siano discussi apertamente. Si deve dire che coloro che sostengono che non c’è nessun conflitto sostanziale tra l’insegnamento della scienza e le dottrine della religione non sono in contatto con la realtà. Il conflitto è reale e mentre possiamo tutti sforzarci per una soluzione pacifica e rispettosa, dobbiamo renderci conto che come ai tempi di Copernico e Galileo, la verità scientifica renderà i miti precedenti obsoleti e inverosimili.

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