Wednesday, October 20, 2010

Il multiculturalismo, la Merkel e gli strani numeri del Corriere della sera

Il giornale di via Solferino non è stato mai tenero verso gli slanci in avanti e con i modelli d'integrazione che auspicano uno spazio nelle nostre società anche per le minoranze come quelle islamiche (rileggere gli articoli di Magdi Allam e Giovanni Sartori per averne un'idea). E tuttavia fa bene a tornare sul tema e a porre una questione che in Italia è affrontata solo, o quasi, in termini propagandistici o ideologici: “Burqa sì o burqa no” oppure “Non ci fanno fare le chiese al paese loro e noi non gli facciamo fare le moschee” ecc.

Quel che sorprende è che il quotidiano presenti il tutto con dati che non spiegano molto e che anzi andrebbero spiegati per bene, ché altrimenti sembrano proprio sbagliati.
Qui il resto.

Friday, October 08, 2010

Rock e carcere

Tutti i mercoledì, alle 20 sulle frequenze di Radio Popolare Roma (103.3 fm) va in onda JAILHOUSE ROCK ovvero suoni, suonatori e suonati dal mondo delle prigioni. Si parla di carcere e di rock. “Un orologio digitale Timex rotto, un profilattico non usato, uno usato, un paio di scarpe nere”. È l’inizio dell’elenco degli oggetti che la guardia riconsegna a John Belushi prima di metterlo in libertà all’inizio del film The Blues Brothers. Alla fine l’intera band sarà di nuovo dentro a cantare Jailhouse rock, dopo aver trionfato nella propria missione per conto di Dio.
Da Johnny Cash a James Brown, da Leadbelly ai Sex Pistols, da Vìctor Jara ai fratelli Righeira: suoni e suonatori, racconti di storie che in un modo o in un altro attraversano le prigioni. Il carcere di ieri e il carcere di oggi, dove capita ancora che qualcuno venga suonato. Conducono la trasmissione Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (presidente e coordinatrice di Antigone). Inviato speciale da Rebibbia il direttore del carcere Carmelo Cantone.
I due conduttori sono miei carissimi amici, nonché molto bravi ovunque mettano le mani, quindi vi segnalo questo. (Anche il sito casalingo merita).

Sunday, September 19, 2010

Baricco ha scoperto Nietzsche


Il concetto di profondità, la pratica della profondità, la passione per la profondità. (…) Li alimentava [ai Barbari contemporanei] l'ostinata convinzione che il senso delle cose fosse collocato in una cella segreta.
Come se non fossero passati duemilaecinquecento anni dalla Repubblica, dalla caverna, dalle idee; come se non fosse passata una storia lunghissima di dualismi, una onto-teologia millenaria; il noumeno e il velo di Maya; come se non fossimo nel XXI secolo e non fosse passato il XX nel quale già viveva la massima nicciana per cui non c'era più né alto né basso e proprio il baffuto non avesse smontato l'idea della profondità già alla fine del secolo precedente; come se il postmoderno e l'ermeneutica dovessero ancora arrivare, Baricco in un articoletto sulla rivista Wired scopre la superficie.

Scopre che il senso delle cose non è dietro le cose (chissà cosa vorrà dire, poi). Con un'ingenuità che non so giudicare, infila una serie di rimasticature (rileggere Genealogia della morale e Verità e menzogna in senso extramorale) per giungere alla verità abbacinante:
[Nel 2006, già perché Baricco ha scritto questo articolo nel 2026 per dare profondità storica alla sua intuizione] quello che stava accadendo, tra mille difficoltà e incertezze, era che, abolita la profondità, il senso si stava spostando ad abitare la superficie delle evidenze e delle cose.
Tralasciando il fatto che la transizione si stia realizzando (tutta la questione ratzingeriana sul relativismo, cos'è?), tralasciando che una cosa sono le evidenze, evidenti per qualcuno e un'altra sono le cose, verrebbe da chiedere a Baricco in che senso il senso si stava spostando sulle cose. Le cose senza che il senso ci si sposti sopra, che senso hanno? Ce l'hanno un senso?

Ovviamente, Baricco non risponde a queste domande né spiega cos'è che ha determinato il cambiamento epocale e la scoperta del profondo nella superficie.

Nella seconda metà del suo articolo, mette insieme questa riscoperta della superficie con tutte le disfunzioni cognitive che i media elettrici (come li avrebbe chiamati McLuhan ma senza moralismo) producono nel sapere e nell'attitudine al sapere. Baricco ripercorre al volo tutti i discorsi (vedi il più noto di Nicholas Carr, che però non viene citato) sulla disattenzione ecc. preoccupazioni che sono in cammino almeno dalla mia infanzia davanti alla televisione.

È difficile comprendere il senso (sì, il senso) di questa operazione. Un brillante divulgatore di libri in tv e scrittore meno appassionante, scrive un articolo su un mensile di costume tecnologico per dire cose che un qualsiasi studente universitario sa meglio e in maniera più circostanziata. Un anziano ex direttore di giornale aspirante filosofo gli risponde. La rete prende addirittura sul serio il tutto.
Scegliamo sempre la velocità a discapito dell'approfondimento.
Scrive Baricco. Ecco, abbiamo capito il senso.

Saturday, September 18, 2010

With blacks as a priority

Imagine a government ordering that lawbreakers be rounded up "with blacks as a priority".

The Economist, 16 settembre 2010

Wednesday, September 15, 2010

La Nussbaum e la Carfagna

Una filosofa risponde (virtualmente) a chi vorrebbe vietare il velo integrale nel nostro paese.

C'è chi, punto per punto, smonta le ragioni del divieto di indossare il velo in un paese occidentale. In un lungo articolo uscito sul New York Times, Martha Nussbaum solleva alcune obiezioni alla legittimità del divieto in democrazie come le nostre.

Tuesday, September 14, 2010

Quel cappello


Me lo ricordo bene nella tv in bianco e nero quel cappello lucido e quegli spari nel Parlamento spagnolo. Prossima lettura il libro di Javier Cercas sul tentato golpe di Tejero del febbraio 1981.
(Un post per quella foto che ha un fascino senza tempo).

Friday, August 20, 2010

Non se ne può più di destini incrociati


Come molti, a sedici anni (che poi erano gli anni ottanta, ed era forse giusto così) ho subito per un po’ la fascinazione della scrittura sperimentale che mischia racconto e meta, che il protagonista è lo scrittore, che a volte parla con l’autore e storia e meta-storia s’intrecciano. Insomma, tutto quello che era uscito da certi anni settanta e aveva trovato in parte patria nei primi eighties. Leggere quel certo Calvino e poi la versione carta da zucchero dei Fiori blu di Queanau e Borges (certo Borges) ci faceva sentire così smart e intelligenti che addirittura ci facevamo regalare i Meridiani a Natale e le stampe di Escher.

Poi la malattia sembrava passata, quando è apparsa la Trilogia di New York di Auster. Epperò è bastato solo il primo romanzo per vedere che l’incanto era finito, che il protagonista col nome dello scrittore non è chissà poi che grande idea e che forse io alla letteratura avrei chiesto anche altro oltre alla condivisione di una certa arguzia.

Nel 2010, avrei creduto che quell’epoca fosse tramontata. E invece pare che il virus circoli ancora. No, non sto pensando al masturbatorio Houellebecq, criticato su Repubblica ieri da Ben Jelloun. No, penso all’unica lettura da mare fatta finora. L’ultimo libro di Jonathan Coe non è niente male come intrattenimento agostano. Peccato per le ultime tre/quattro pagine nelle quali esce quel sapor di trent’anni fa, come una pennetta alla vodka, però rancida.

Thursday, July 29, 2010

Moviole in campo e Ludwig Wittgenstein

Anni fa (c'era ancora Biscardi), per una bella rivista di pallone, scrissi questo pezzetto sull'impossibilità teorica della moviola come strumento per decidere definitivamente le questioni che sorgono sui campi di calcio. Sul tema, oggi Repubblica ci fa un Diario.

La questione è seria, soprattutto per Biscardi. Già, perché la questione in questione è da qualche anno il Kulturkampf del rosso di Larino. Stiamo parlando della moviola a bordo campo, la panacea che dovrebbe eliminare
per sempre il male che affligge il gioco del calcio nel XXI secolo: gli errori degli arbitri. Un grande occhio che vigila su quelli fallibili delle giacchette nere e la possibilità di vedere e rivedere in tempo reale un’azione dubbia per sciogliere ogni dubbio.
Era fuorigioco o no? Il centravanti s’è buttato? Dentro o fuori l’area? Mano? Volontario o casuale?

La tecnologia riempirebbe il buco della finitezza umana, così vuole la vox populi del Processo. Quasi quell’occhio fosse quello di Dio che from nowhere, come dice bene Thomas Nagel, vigila sulle cose calcistiche. Eppure, tra la moviola e il campo c’è un ostacolo grosso così.
Il problema è serio perché contro la moviola in campo c’è un argomento più solido, più rigoroso di quelli dei romanticoni, del calcio dal volto umano, delle maglie di lana e senza sponsor, dei giocatori con la brillantina Linetti e la retina per tenere i capelli. Certo hanno ragione pure loro che sostengono che un eccesso di tecnologia farebbe perdere quell’ultimo briciolo di fascino al gioco del pallone.
Ma non è una questione solo estetica, di poesia.

Il fatto vero è uno: che la moviola in campo non funziona per una ragione, per così dire, filosofica, o meglio, ermeneutica. Un argomento proposto da uno dei più importanti filosofi del XX secolo, Ludwig Wittgenstein. È un corollario della famosa questione del «seguire una regola» esposta nelle Ricerche filosofiche, l’opera più nota insieme al Tractatus del genio austriaco. Le Ricerche furono pubblicate postume nel 1951 e sono una raccolta di paragrafi più o meno lunghi («una raccolta di schizzi paesistici», la definisce Wttgenstein) su di una costellazione di temi distinti ma imparentati. Tra i luoghi principali ci sono qualche decina di pagine nelle quali Wittgenstein
affonda la lama in uno dei temi classici della tradizione filosofica per farne piazza pulita. Il platonismo, il realismo vanno a farsi benedire, non servono a spiegare perché le parole hanno un senso e come facciamo noi a comprenderlo.

«Seguire una regola è una prassi» e questo basti. «Quando incontra la roccia», scrive altrove Wittgenstein, «la vanga si piega», è inutile chiedere oltre. Non ha senso cercare di dire con nuove parole il significato, sempre di parole si tratterà, sempre con i segni avremo a che fare. La cosa, la regola in sé rimarrà
ancora nascosta. E lo stesso discorso vale per la moviola.

La questione in sintesi è: la regola non è in un altrove distante, il linguaggio non è uno strumento da perfezionare sempre più (magari tecnologicamente) per inquadrare finalmente il mondo delle regole e dei significati. Non esisterà nessuna riscrittura, spiegazione, interpretazione (come scrive Wittgenstein) a rendere più precipuo, più comprensibile il segno. Certo, di fatto si può dare - e
si dà spessissimo - che una nuova spiegazione aiuti a comprendere qualcosa che prima non si era afferrato. Ma solo perché quel significato c’era già prima, perché l’espressione della regola era in qualche modo già compresa.

Allo stesso modo, è inutile credere che la ripetizione dell’azione incriminata alla moviola possa in sé dirimere la questione. Che cento telecamere distribuite intorno al campo possano chiarire se il rigore c’era, se il guardalinee ha fatto bene a sbandierare il fuorigioco oppure se quello sgambetto era volontario. Un’immagine, come quelle della moviola, non sarà mai autoesplicativa e trasparente, il Deus ex machina che risolve definitivamente il dubbio. Come ogni segno, anche la moviola ha bisogno della nostra familiarità per comprendere se il fallo c’era, se era volontario o meno.

Di per sé dice poco o nulla, come d’altro canto dimostrano le interminabili discussioni attorno ai replay nei salotti della domenica sera.
Certo, può essere utile e a volte funzionale tenere un monitor lungo la linea dell’out, con un quinto uomo a vigilare sull’operato del primo, del secondo, del terzo e, perché no, del quarto. Tuttavia, quelle sequenze rallentate non saranno mai decisive in assoluto. Le immagini della moviola da sole non possono certificare un bel nulla e in fin dei conti oltre l’arbitrio dell’arbitro (o di chi per lui) non c’è modo di andare.

Certo, si potrà dire, è solo una questione de jure e non de facto.
Qualcuno può dire: il fallo di mani di Zauri in Lazio-Fiorentina di poche settimane fa è un caso lampante di come la moviola possa aiutare. Ma veramente serviva la moviola a scegliere? Non bastavano arbitro e assistenti un po’ più attenti? Qual è la morale di questo frullato di Biscardi e Wittgenstein? Che neanche la più perfetta riscrittura tecnologica di una partita
potrà mai risolvere in maniera definitiva e assoluta la questione dell’applicazione corretta di una regola. Nella società dell’immagine, la moviola in campo è solo una scusa ulteriore per sottrarsi alla fallibilità umana, all’inesplicabilità teoretica del seguire una regola.
Per giocare una partita di pallone, come per vivere, ci vuole il coraggio di sfidare l’inevitabilità dell’errore. Anche quello degli arbitri.

Monday, July 19, 2010

Malcelato disprezzo

Ho scritto questo perché trovo che qui ci sia un misto non troppo malcelato di compassione e disprezzo nei confronti delle donne velate mascherato però da Illuminismo, laicità ecc. Ecco, un misto insopportabile.

Tuesday, June 29, 2010

Lampedusa-Ceuta-Lesbo

Monday, June 14, 2010

"Francesca Schiavone è un cesso" (cit.)

Su Avoicomunicare, intervista a Lorella Zanardo su come le atlete debbano essere sexy e i maschi no nell'epoca di Buona Domenica.

Tuesday, June 01, 2010

A futura memoria

Thursday, May 13, 2010

Reset 119 e nuovo sito

Il nuovo numero di Reset e qui finalmente il nuovo sito.

Thursday, May 06, 2010

Kindle è conservatore

Stamattina ho comprato il mio primo libro per il Kindle e il mio secondo giornale. E ho messo a fuoco un paio di cose.

  • Il giornale è un’altra cosa. Molto meno da guardare. E forse questo è un bene, in fondo lo leggi molto di più, sei costretto quasi a sfogliarlo tutto. Per dire, oggi mi sono letto le lettere dei lettori sulla Stampa.
  • Per i libri va fatta una distinzione. Ho l’impressione che Kindle sia pensato per leggere i romanzi, insomma, per libri che si leggono dall’inizio alla fine. Per i saggi il comportamento è diverso, uno può essere interessato a leggersi solo qualche pagina, poi saltare a un’altra pagina in un altro capitolo, poi guardare le note (un incubo!). E Kindle non funziona un gran ché.
Morale? Insomma, è pensato per i libri che si leggono e non per i libri che si usano. Kindle è uno strumento per vecchi, non per nativi digitali. Non che questo sia un male ma non spacciamolo per il nuovo che avanza. È il vecchio che prova a salvare la pelle.

Monday, May 03, 2010

L'unica Lazio che ci piace


AD 1991

Wednesday, April 28, 2010

Mantellini, Eco, Pangloss

Io tendenzialmente sarei pure d'accordo con quello che Massimo Mantellini scrive intorno all'ennesima intervista di Umberto Eco a tema Internet e ignoranza.
Quel che mi convince poco però sono le conclusioni alle quali Mantellini arriva.

I libri e i giornali, esattamente come Internet, sono pieni di stupidaggini. Su Internet ce ne sono parecchie in più ma in rete le persone curiose possono educare se stesse a riconoscerle ed evitarle, e possono aiutare gli altri a fare altrettanto. Altrove c’è invece bisogno di un Professor Eco che faccia il lavoro per loro. Se invece il problema è che ci sono poche persone curiose, oppure poche persone colte, Internet è in grado di aiutarle a diventarlo, esattamente come i libri o i quotidiani o il Professor Eco.
Questo varrebbe in un panglossiano migliore dei mondi possibili nel quale ognuno di noi ha tempo illimitato per stare in rete, cultura sterminata che gli permette di discenere le bufale (o anche solo le informazioni inutili) da quello che gli serve e magari è pure fondato. Epperò, il terremoto a Lisbona c'è stato. E i giornali hanno senso, proprio perché la gente ha mediamente quella mezz'oretta, se va bene, per leggerli ogni giorno.

Da secoli svolgono il loro ruolo proprio perché noi deleghiamo a qualche centinaio di persone il compito che noi normali affaccendati in altro non riusciamo a svolgere quotidianamente, ovvero il costruirci una nostra razione di informazioni in autonomia.

«In rete le persone curiose possono educare se stesse a riconoscerle ed evitarle». E' proprio quell'«educare se stessi» il problema. I giornali hanno contribuito a quella educazione. Al contrario, la rete presuppone quell'educazione (o un altro tipo di, ancora da scoprire). La fiducia nei quotidiani tradizionali la paghiamo con l'acquisto e speriamo sia ben riposta fino a quando, e può capitare e capita di frequente, l'accordo non viene tradito dalla bufala di turno.
Ma non è una questione di principio, ma di fatto. La questione di principio è l'altra, ovvero che la rete pressupone persone curiose e competenti, i giornali no e per questo hanno avuto un ruolo fondamentale per la democrazia del XX secolo.

Monday, April 26, 2010

Post 25 aprile

Non è lecito chiamare fratricida la lotta conto chi attenta alla vita e all’onore della Patria. Non è fratello chi rinnega la Madre e le spara addosso... Le Brigate Nere in che periodo sono apparse? Quando altri si squagliavano e noi ci adunammo. Altri dimettevano il distintivo e noi ci rimettemmo la camicia nera. Altri cercavano di farsi dimenticare e noi ci ricordammo. Ci ricordammo delle parole date, delle fedi promesse, dei compagni perduti. Noi ci ricorderemo sempre... Le Brigate Nere sono una famiglia, questa famiglia ha un antenato, lo Squadrismo, un blasone: il sacrificio di sangue, una genitrice: l’Idea fascista, una guida, un esempio.

Giusto il 25 aprile sono arrivato alle ultime pagine del libro di Lorenzo Pavolini. Un corpo a corpo imbarazzato a volte con la figura di un nonno scomodo, fascista fino in fondo, ucciso sul lago e appeso a piazzale Loreto. Un libro ostico, non facile, che di una memoria familiare fa un esempio e che al tempo stesso racconta attraverso una vicenda intima un pezzo di storia italiana che si fa fatica a continuare a ricordare.

Sono nato trent’anni dopo i momenti in cui Alessandro Pavolini scriveva le parole citate qui sopra. In fondo nulla, una generazione, lo stesso periodo che ci distanzia dall’apertura agli stranieri nel campionato di calcio italiano. Sembrano per certi versi parole così lontane, prese in una retorica che che se non fosse tragica sarebbe comica. Eppure, oggi, a molti di noi suonano così familiari e quotidiane. Lette per le strade delle nostre città, sui manifesti di piazza Vittorio o San Giovanni a Roma, ascoltate nelle radio locali o nei cori da stadio. Sempre di più.

Friday, April 23, 2010

Meglio un prefetto

Quello che giovedì sera Sandro Bondi ha detto da Lilli Gruber ha dell'incredibile. Non che chissà che si debba aspettare uno da Bondi, ma che nessuno lì glielo abbia fatto notare fa spavento.
Dice Bondi: «No, nel Pdl non abbiamo fatto il tesseramento perché poi si sa come vanno a finire queste cose». Come a dire, il rischio di inquinamento, di compravendita, di tessere finte è così alto che meglio esimersi da questo esercizio di partecipazione democratica al partito.
Che, come si intuisce, è un gran ragionamento. Si potrebbe, per dire, applicare anche alle elezioni. In quei paesi, in quelle città, in quelle regioni, meglio non svolgere le elezioni, che poi si sa che qualcuno si compra i voti in giro. Meglio sospendere la democrazia e mandarci un prefetto. Almeno per un po'.

Thursday, April 22, 2010

La mia compagna di banco


La mia compagna di banco è una ragazza brava e buona e ci ha 25 anni e si chiama Claudia. Ieri è uscito il suo primo romanzo e qui siamo tutti un po' eccitati. Cioè, in verità la più eccitata è lei. Ma anche noi un po'.
Non è mica un romanzetto così, ma 300 (trecento) pagine con che titolo intorno. Pagine che pare parlino di America e di punk.
Io, se non lo avessi già fatto, me lo comprerei.

Tuesday, April 20, 2010

Baricco filosofo

«Facile che ci abbia cambiato più Bill Gates che Derrida». «Cartesio ha chiarito una volta per tutte cosa vuol dire certezza», «lasciamo alla scienza la pratica della certezza».
Di certo ognuno ha fatto il suo mestiere. Repubblica a pubblicare oggi l’articolo in prima della Cultura, Alessandro Baricco a scrivere un pezzo a partire da un libro di filosofia (l'ultimo di Maurizio Ferraris). Repubblica drena lettori attraverso la firma, Baricco s’impegna a far l’intellettuale esercitandosi su quel che non conosce (l’intellettuale, in fondo, fa un po’ questo). Tutto bene, e l’articolo è pure godibile.

Epperò, e senza che questa sia una critica (ripetiamolo, i giornali sono quello che sono e funzionano così, devono vendere), qualcosa da dire nel merito di quello che ha scritto Baricco c’è.

«Cosa stanno facendo per noi i filosofi?» scrivono le maniche arrotolate più famose dopo quelle di Gianni Riotta. E già questo potrebbe essere discusso a lungo. L’idea che la filosofia debba servire a qualcosa nello stesso modo in cui servono l’idraulico, la medicina o una mappa stradale, è tutt’altro che pacifica. «Si finisce – prosegue Baricco – per immaginare i filosofi come sapienti risucchiati da un qualche loro raffinatissimo dibattito tecnico». Argomento non senza fondamento, ma neanche originalissimo. Come se gli studiosi di letteratura o di biologia, non si incontrassero in convegni per addetti ai lavori.

Uno dei più importanti filosofi italiani, sosteneva nelle sue magnifiche lezioni milanesi, che il filosofo ha più o meno lo stesso statuto nella società che aveva il monaco durante il medioevo.

Per non notare poi, che proprio in questi anni i filosofi hanno guadagnato spazio e riconoscimento nella discussione pubblica come non avevano mai avuto in precedenza.

Andiamo avanti. Dopo aver esordito criticando l’eccesso di specialismo e di tecnicismo degli attuali pensatori, si rivolge a rimpiangere il passato. Aristotele, Cartesio, Kant, quelli sì che erano pensatori in grado di «disincagliare le coscienze». E chi può dubitarlo? Tuttavia, come pensare a questi personaggi come a filosofi che utilizzavano il loro sapere dentro la società? A parte che non esisteva o quasi il luogo pubblico dove discutere idee, ma nessuno di quei tre può essere considerato un intellettuale, perché i filosofi non sono intellettuali.

Se l’accusa alla filosofia odierna è quella di particolarismo e chiusura, certo non ci si può appellare a un Kant per vedere ribaltati quei limiti. Tutto è stato il filosofo tedesco tranne che un intellettuale che si spendeva a che i suoi pensieri avessero un impatto nella società prussiana di fine Settecento.