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Tuesday, February 15, 2011

Se ci teniamo alla morale, non diamola per scontata

A proposito di morale e moralismo, donne, uomini, berlusconismi e la manifestazione del 13 febbraio ho scritto questo. Sulla necessità di trovare un argomento convincente, molto convincente, che addirittura convinca anche noi.


L'argomento decisivo non c'è perché si mescolano sfondi e primi piani. Non c'è perché per trovare una risposta bisogna bene o male starci al gioco ovvero accettare un contesto dove morale pubblica e privata siano appunto in gioco, siano lo sfondo condiviso a partire dal quale poi dividersi.
Si denuncia la perdita della dignità e la necessità di recuperarla per le donne, d'accordo. Ma “dignità” è parola che suona così antica e polverosa oggi, non fa parte affatto dello sfondo condiviso a partire dal quale ci si capisce. Come si fa a spiegare a una giovane (ma anche un ragazzo) che vede la propria strada prescritta da tutt'altre ingiunzioni sociali a far proprio l'invito a ritrovare la “dignità”? Che moneta è la dignità delle persone nell'epoca in cui lo sfondo è di tutt'altro colore? in cui l'individualismo e la presunta libertà (che nulla hanno a che fare col '68) molto spesso divengono pure e semplice egoismo e in cui farcela, riuscire a guadagnare qualche cento o mille euro, è l'obiettivo che dà senso a una vita?

Vedo che Rodotà, oggi su Repubblica, scrive cose in sintonia (almeno in parte).
La vera faziosità è quella sua e di chi lo circonda, privi come sono di qualsiasi strumento culturale e quindi sempre più votati al rifiuto d'ogni dimensione argomentativa. Dignità, per loro, è parola senza senso, parte d'una lingua che sono incapaci di parlare.

Monday, January 24, 2011

Ian McEwan parla con me



Oddio, parla. Lui parla e io sto dall'altra parte. Preso qui.

Friday, January 21, 2011

Terremoti e altre catastrofi

Articolo scritto per Nova24.

«La fine del mondo, anche del piccolo mondo di una comunità dell'Italia centrale, passa da un terremoto non violentissimo ma che distrugge i legami che tengono insieme le persone. E molti di questi legami si realizzano nelle case e nelle scuole, nelle università e negli uffici, che a L'Aquila ancora sono danneggiati gravemente». Mary Comerio insegna a Berkeley, in California, in una terra che sa per certo o quasi (al 94 per cento) che nei prossimi trent'anni ci sarà una scossa analoga a quella del sisma che ha stravolto l'isola di Haiti giusto un anno fa.
Prosegue qui

Monday, January 10, 2011

Miglior romanzo del 2011

E' questo.

Wednesday, December 22, 2010

Mini-etica di un piccolo calvinista del XXI secolo

Se ne sta lì, col suo grembiule abbottonato zoppo e senza denti, aspettando il suo turno. Le maestre hanno chiesto a ogni bambino di scrivere due parole sullo "spirito natalizio", su quale fosse il significato di questa festa fatta di regali e poco altro. Ed eccoli che uno alla volta percorrono quei pochi passi dal banco all'albero dove penzolano tutti quelle massime di saggezza perugina. C'è chi chiede che non scoppi la Terza guerra mondiale e chi vuol far sparire la fame nel mondo, chi vuole regali per i poveri e chi vuol proprio far sparire i poveri. C'è la riccetta che vuole far tornare la povera nonna da quel brutto posto che è la morte.
Poi arriva lui. E la biografia dello scoglionamento esplode: «Io spero, ehm, io vorrei che chi lavora molto ottenga dei risultati adeguati».

Thursday, November 25, 2010

Se i giornali si trasformano in community, la militanza vince


Sul numero 122 di Reset (in edicola da oggi) ho scritto un pezzetto sulla polarizzazione dei quotidiani per cui i lettori divengono militanti e fan.
Nel dossier anche cose di De Biase, Ferrigolo, Granieri, Sofri, Zambardino.

Questo l'inizio del mio articolo.

Perché centinaia di persone si danno appuntamento ogni giovedì pomeriggio su Facebook per “laicare” o commentare l'anteprima della copertina del settimanale «Internazionale»? Perché migliaia di ragazze e ragazzi mandano foto molto glam con post-it attaccati in fronte o sulla bocca a «Repubblica.it»? Perché «il Post», il giornale on line diretto da Luca Sofri, riesce a drenare quasi mille commenti in una discussione su Fini? E il successo del «Fatto Quotidiano»?

Pensiamoci un attimo. Ricordate i militanti del vecchio Pci che la domenica e nelle manifestazioni diffondevano «l'Unità» per puro spirito di appartenenza, perché si sentivano parte di un progetto politico e culturale di cui il giornale era uno strumento? Ecco, la risposta alle domande iniziali sta nel mettere insieme un ricordo in bianco e nero con i nostri clic di oggi. Nell'epoca in cui le piazze sono anche i social network, i nuovi militanti diffondono con gli strumenti della rete: like, condivisione, commenti.


L'articolo completo qui.

Monday, November 15, 2010

Qualche appunto sulla questione primarie


Mi appunto qui qualche idea sulla questione primarie.

- C'è un grosso non detto (o almeno non visto da me) sulla questione delle primarie: una cosa è scegliere un candidato per elezioni con il doppio turno, come quelle per il sindaco, e una cosa è scegliere il candidato premier nell'ambito delle elezioni politiche, dunque a turno unico. Non si capisce perché nessuno noti che un Pisapia o un Vendola per varie ragioni non avrebbero possibilità sul piano nazionale ma su quello locale sì. E in virtù non solo della loro identità ma anche del diverso sistema elettorale.

- Un partito che non riesce ad avere passione e militanza (il PD) si sta avvitando su di un sistema, le primarie, che presuppone proprio la militanza e la partecipazione. Alle primarie vince, se sono primarie libere, il candidato con un'indentita' piu' forte ovvero colui che riesce a mobilitare un suo popolo di riferimento. Vendola in Puglia e ora Pisapia a Milano (ma ci sono molti casi in giro per l'Italia) ne sono un esempio. Quale militanza può mai sollecitare un rispettabilissimo professionista come Stefano Boeri? Che coinvolgimento può attivare in un piccolo popolo come la sinistra moderata milanese?

- Proprio per questa ragione - ovvero, nelle primarie viene premiato il candidato che suscita la militanza e non il candidato con più chance (e non è il caso di Milano dove forse Pisapia ha qualche possibilità in più rispetto a Boeri) - non si capisce perché ci sia in molti questo cieco entusiasmo per un meccanismo che ha dimostrato in molti casi di funzionare poco e male.

Monday, October 25, 2010

La scuola che vuole la Lega (ma non solo)

A Udine il presidente, leghista, della Provincia sotiene che “Le persone disabili ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici” e che “è inutile che alle superiori seguano lezioni di filosofia, economia o diritto. Meglio far fare loro dei corsi che li introducano al mondo del lavoro”.
Un breve pensiero su quale idea della scuola si stia diffondendo in Italia.

le scuole italiane fin da quelle elementari sono divenute spesso il luogo della competizione più che dell'inclusione. Non sono solo i diversi, gli immigrati o disabili, a poter essere penalizzati, ma tutti coloro che in un modo o nell'altro non si adeguano agli standard richiesti. Si inizia a diffondere l'idea che non è più la scuola a poter dare una mano (“sa, i tagli non lo permettono”) e che il bambino e la famiglia con qualche problema devono arrangiarsi da soli.

L'ossessione del programma da rispettare, dall'acquisizione delle competenze fin da subito e il più veloce possibile, la condanna del bambino “lento”, di quello “pigro”, certificano una trasformazione in corso di cui quest'ultimo exploit è solo il fuoco d'artificio finale. L'obiettivo delle maestre è spesso far apprendere più competenze possibile fin da subito e chi non ce la fa, riponde il Fontanini di turno, “ci spiace ma vada nei corsi per i più lenti”.

Wednesday, October 20, 2010

Il multiculturalismo, la Merkel e gli strani numeri del Corriere della sera

Il giornale di via Solferino non è stato mai tenero verso gli slanci in avanti e con i modelli d'integrazione che auspicano uno spazio nelle nostre società anche per le minoranze come quelle islamiche (rileggere gli articoli di Magdi Allam e Giovanni Sartori per averne un'idea). E tuttavia fa bene a tornare sul tema e a porre una questione che in Italia è affrontata solo, o quasi, in termini propagandistici o ideologici: “Burqa sì o burqa no” oppure “Non ci fanno fare le chiese al paese loro e noi non gli facciamo fare le moschee” ecc.

Quel che sorprende è che il quotidiano presenti il tutto con dati che non spiegano molto e che anzi andrebbero spiegati per bene, ché altrimenti sembrano proprio sbagliati.
Qui il resto.

Friday, October 08, 2010

Rock e carcere

Tutti i mercoledì, alle 20 sulle frequenze di Radio Popolare Roma (103.3 fm) va in onda JAILHOUSE ROCK ovvero suoni, suonatori e suonati dal mondo delle prigioni. Si parla di carcere e di rock. “Un orologio digitale Timex rotto, un profilattico non usato, uno usato, un paio di scarpe nere”. È l’inizio dell’elenco degli oggetti che la guardia riconsegna a John Belushi prima di metterlo in libertà all’inizio del film The Blues Brothers. Alla fine l’intera band sarà di nuovo dentro a cantare Jailhouse rock, dopo aver trionfato nella propria missione per conto di Dio.
Da Johnny Cash a James Brown, da Leadbelly ai Sex Pistols, da Vìctor Jara ai fratelli Righeira: suoni e suonatori, racconti di storie che in un modo o in un altro attraversano le prigioni. Il carcere di ieri e il carcere di oggi, dove capita ancora che qualcuno venga suonato. Conducono la trasmissione Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (presidente e coordinatrice di Antigone). Inviato speciale da Rebibbia il direttore del carcere Carmelo Cantone.
I due conduttori sono miei carissimi amici, nonché molto bravi ovunque mettano le mani, quindi vi segnalo questo. (Anche il sito casalingo merita).

Sunday, September 19, 2010

Baricco ha scoperto Nietzsche


Il concetto di profondità, la pratica della profondità, la passione per la profondità. (…) Li alimentava [ai Barbari contemporanei] l'ostinata convinzione che il senso delle cose fosse collocato in una cella segreta.
Come se non fossero passati duemilaecinquecento anni dalla Repubblica, dalla caverna, dalle idee; come se non fosse passata una storia lunghissima di dualismi, una onto-teologia millenaria; il noumeno e il velo di Maya; come se non fossimo nel XXI secolo e non fosse passato il XX nel quale già viveva la massima nicciana per cui non c'era più né alto né basso e proprio il baffuto non avesse smontato l'idea della profondità già alla fine del secolo precedente; come se il postmoderno e l'ermeneutica dovessero ancora arrivare, Baricco in un articoletto sulla rivista Wired scopre la superficie.

Scopre che il senso delle cose non è dietro le cose (chissà cosa vorrà dire, poi). Con un'ingenuità che non so giudicare, infila una serie di rimasticature (rileggere Genealogia della morale e Verità e menzogna in senso extramorale) per giungere alla verità abbacinante:
[Nel 2006, già perché Baricco ha scritto questo articolo nel 2026 per dare profondità storica alla sua intuizione] quello che stava accadendo, tra mille difficoltà e incertezze, era che, abolita la profondità, il senso si stava spostando ad abitare la superficie delle evidenze e delle cose.
Tralasciando il fatto che la transizione si stia realizzando (tutta la questione ratzingeriana sul relativismo, cos'è?), tralasciando che una cosa sono le evidenze, evidenti per qualcuno e un'altra sono le cose, verrebbe da chiedere a Baricco in che senso il senso si stava spostando sulle cose. Le cose senza che il senso ci si sposti sopra, che senso hanno? Ce l'hanno un senso?

Ovviamente, Baricco non risponde a queste domande né spiega cos'è che ha determinato il cambiamento epocale e la scoperta del profondo nella superficie.

Nella seconda metà del suo articolo, mette insieme questa riscoperta della superficie con tutte le disfunzioni cognitive che i media elettrici (come li avrebbe chiamati McLuhan ma senza moralismo) producono nel sapere e nell'attitudine al sapere. Baricco ripercorre al volo tutti i discorsi (vedi il più noto di Nicholas Carr, che però non viene citato) sulla disattenzione ecc. preoccupazioni che sono in cammino almeno dalla mia infanzia davanti alla televisione.

È difficile comprendere il senso (sì, il senso) di questa operazione. Un brillante divulgatore di libri in tv e scrittore meno appassionante, scrive un articolo su un mensile di costume tecnologico per dire cose che un qualsiasi studente universitario sa meglio e in maniera più circostanziata. Un anziano ex direttore di giornale aspirante filosofo gli risponde. La rete prende addirittura sul serio il tutto.
Scegliamo sempre la velocità a discapito dell'approfondimento.
Scrive Baricco. Ecco, abbiamo capito il senso.

Wednesday, September 15, 2010

La Nussbaum e la Carfagna

Una filosofa risponde (virtualmente) a chi vorrebbe vietare il velo integrale nel nostro paese.

C'è chi, punto per punto, smonta le ragioni del divieto di indossare il velo in un paese occidentale. In un lungo articolo uscito sul New York Times, Martha Nussbaum solleva alcune obiezioni alla legittimità del divieto in democrazie come le nostre.

Tuesday, September 14, 2010

Quel cappello


Me lo ricordo bene nella tv in bianco e nero quel cappello lucido e quegli spari nel Parlamento spagnolo. Prossima lettura il libro di Javier Cercas sul tentato golpe di Tejero del febbraio 1981.
(Un post per quella foto che ha un fascino senza tempo).

Friday, August 20, 2010

Non se ne può più di destini incrociati


Come molti, a sedici anni (che poi erano gli anni ottanta, ed era forse giusto così) ho subito per un po’ la fascinazione della scrittura sperimentale che mischia racconto e meta, che il protagonista è lo scrittore, che a volte parla con l’autore e storia e meta-storia s’intrecciano. Insomma, tutto quello che era uscito da certi anni settanta e aveva trovato in parte patria nei primi eighties. Leggere quel certo Calvino e poi la versione carta da zucchero dei Fiori blu di Queanau e Borges (certo Borges) ci faceva sentire così smart e intelligenti che addirittura ci facevamo regalare i Meridiani a Natale e le stampe di Escher.

Poi la malattia sembrava passata, quando è apparsa la Trilogia di New York di Auster. Epperò è bastato solo il primo romanzo per vedere che l’incanto era finito, che il protagonista col nome dello scrittore non è chissà poi che grande idea e che forse io alla letteratura avrei chiesto anche altro oltre alla condivisione di una certa arguzia.

Nel 2010, avrei creduto che quell’epoca fosse tramontata. E invece pare che il virus circoli ancora. No, non sto pensando al masturbatorio Houellebecq, criticato su Repubblica ieri da Ben Jelloun. No, penso all’unica lettura da mare fatta finora. L’ultimo libro di Jonathan Coe non è niente male come intrattenimento agostano. Peccato per le ultime tre/quattro pagine nelle quali esce quel sapor di trent’anni fa, come una pennetta alla vodka, però rancida.

Thursday, July 29, 2010

Moviole in campo e Ludwig Wittgenstein

Anni fa (c'era ancora Biscardi), per una bella rivista di pallone, scrissi questo pezzetto sull'impossibilità teorica della moviola come strumento per decidere definitivamente le questioni che sorgono sui campi di calcio. Sul tema, oggi Repubblica ci fa un Diario.

La questione è seria, soprattutto per Biscardi. Già, perché la questione in questione è da qualche anno il Kulturkampf del rosso di Larino. Stiamo parlando della moviola a bordo campo, la panacea che dovrebbe eliminare
per sempre il male che affligge il gioco del calcio nel XXI secolo: gli errori degli arbitri. Un grande occhio che vigila su quelli fallibili delle giacchette nere e la possibilità di vedere e rivedere in tempo reale un’azione dubbia per sciogliere ogni dubbio.
Era fuorigioco o no? Il centravanti s’è buttato? Dentro o fuori l’area? Mano? Volontario o casuale?

La tecnologia riempirebbe il buco della finitezza umana, così vuole la vox populi del Processo. Quasi quell’occhio fosse quello di Dio che from nowhere, come dice bene Thomas Nagel, vigila sulle cose calcistiche. Eppure, tra la moviola e il campo c’è un ostacolo grosso così.
Il problema è serio perché contro la moviola in campo c’è un argomento più solido, più rigoroso di quelli dei romanticoni, del calcio dal volto umano, delle maglie di lana e senza sponsor, dei giocatori con la brillantina Linetti e la retina per tenere i capelli. Certo hanno ragione pure loro che sostengono che un eccesso di tecnologia farebbe perdere quell’ultimo briciolo di fascino al gioco del pallone.
Ma non è una questione solo estetica, di poesia.

Il fatto vero è uno: che la moviola in campo non funziona per una ragione, per così dire, filosofica, o meglio, ermeneutica. Un argomento proposto da uno dei più importanti filosofi del XX secolo, Ludwig Wittgenstein. È un corollario della famosa questione del «seguire una regola» esposta nelle Ricerche filosofiche, l’opera più nota insieme al Tractatus del genio austriaco. Le Ricerche furono pubblicate postume nel 1951 e sono una raccolta di paragrafi più o meno lunghi («una raccolta di schizzi paesistici», la definisce Wttgenstein) su di una costellazione di temi distinti ma imparentati. Tra i luoghi principali ci sono qualche decina di pagine nelle quali Wittgenstein
affonda la lama in uno dei temi classici della tradizione filosofica per farne piazza pulita. Il platonismo, il realismo vanno a farsi benedire, non servono a spiegare perché le parole hanno un senso e come facciamo noi a comprenderlo.

«Seguire una regola è una prassi» e questo basti. «Quando incontra la roccia», scrive altrove Wittgenstein, «la vanga si piega», è inutile chiedere oltre. Non ha senso cercare di dire con nuove parole il significato, sempre di parole si tratterà, sempre con i segni avremo a che fare. La cosa, la regola in sé rimarrà
ancora nascosta. E lo stesso discorso vale per la moviola.

La questione in sintesi è: la regola non è in un altrove distante, il linguaggio non è uno strumento da perfezionare sempre più (magari tecnologicamente) per inquadrare finalmente il mondo delle regole e dei significati. Non esisterà nessuna riscrittura, spiegazione, interpretazione (come scrive Wittgenstein) a rendere più precipuo, più comprensibile il segno. Certo, di fatto si può dare - e
si dà spessissimo - che una nuova spiegazione aiuti a comprendere qualcosa che prima non si era afferrato. Ma solo perché quel significato c’era già prima, perché l’espressione della regola era in qualche modo già compresa.

Allo stesso modo, è inutile credere che la ripetizione dell’azione incriminata alla moviola possa in sé dirimere la questione. Che cento telecamere distribuite intorno al campo possano chiarire se il rigore c’era, se il guardalinee ha fatto bene a sbandierare il fuorigioco oppure se quello sgambetto era volontario. Un’immagine, come quelle della moviola, non sarà mai autoesplicativa e trasparente, il Deus ex machina che risolve definitivamente il dubbio. Come ogni segno, anche la moviola ha bisogno della nostra familiarità per comprendere se il fallo c’era, se era volontario o meno.

Di per sé dice poco o nulla, come d’altro canto dimostrano le interminabili discussioni attorno ai replay nei salotti della domenica sera.
Certo, può essere utile e a volte funzionale tenere un monitor lungo la linea dell’out, con un quinto uomo a vigilare sull’operato del primo, del secondo, del terzo e, perché no, del quarto. Tuttavia, quelle sequenze rallentate non saranno mai decisive in assoluto. Le immagini della moviola da sole non possono certificare un bel nulla e in fin dei conti oltre l’arbitrio dell’arbitro (o di chi per lui) non c’è modo di andare.

Certo, si potrà dire, è solo una questione de jure e non de facto.
Qualcuno può dire: il fallo di mani di Zauri in Lazio-Fiorentina di poche settimane fa è un caso lampante di come la moviola possa aiutare. Ma veramente serviva la moviola a scegliere? Non bastavano arbitro e assistenti un po’ più attenti? Qual è la morale di questo frullato di Biscardi e Wittgenstein? Che neanche la più perfetta riscrittura tecnologica di una partita
potrà mai risolvere in maniera definitiva e assoluta la questione dell’applicazione corretta di una regola. Nella società dell’immagine, la moviola in campo è solo una scusa ulteriore per sottrarsi alla fallibilità umana, all’inesplicabilità teoretica del seguire una regola.
Per giocare una partita di pallone, come per vivere, ci vuole il coraggio di sfidare l’inevitabilità dell’errore. Anche quello degli arbitri.

Monday, July 19, 2010

Malcelato disprezzo

Ho scritto questo perché trovo che qui ci sia un misto non troppo malcelato di compassione e disprezzo nei confronti delle donne velate mascherato però da Illuminismo, laicità ecc. Ecco, un misto insopportabile.

Tuesday, June 01, 2010

A futura memoria

Thursday, May 06, 2010

Kindle è conservatore

Stamattina ho comprato il mio primo libro per il Kindle e il mio secondo giornale. E ho messo a fuoco un paio di cose.

  • Il giornale è un’altra cosa. Molto meno da guardare. E forse questo è un bene, in fondo lo leggi molto di più, sei costretto quasi a sfogliarlo tutto. Per dire, oggi mi sono letto le lettere dei lettori sulla Stampa.
  • Per i libri va fatta una distinzione. Ho l’impressione che Kindle sia pensato per leggere i romanzi, insomma, per libri che si leggono dall’inizio alla fine. Per i saggi il comportamento è diverso, uno può essere interessato a leggersi solo qualche pagina, poi saltare a un’altra pagina in un altro capitolo, poi guardare le note (un incubo!). E Kindle non funziona un gran ché.
Morale? Insomma, è pensato per i libri che si leggono e non per i libri che si usano. Kindle è uno strumento per vecchi, non per nativi digitali. Non che questo sia un male ma non spacciamolo per il nuovo che avanza. È il vecchio che prova a salvare la pelle.

Monday, May 03, 2010

L'unica Lazio che ci piace


AD 1991

Wednesday, April 28, 2010

Mantellini, Eco, Pangloss

Io tendenzialmente sarei pure d'accordo con quello che Massimo Mantellini scrive intorno all'ennesima intervista di Umberto Eco a tema Internet e ignoranza.
Quel che mi convince poco però sono le conclusioni alle quali Mantellini arriva.

I libri e i giornali, esattamente come Internet, sono pieni di stupidaggini. Su Internet ce ne sono parecchie in più ma in rete le persone curiose possono educare se stesse a riconoscerle ed evitarle, e possono aiutare gli altri a fare altrettanto. Altrove c’è invece bisogno di un Professor Eco che faccia il lavoro per loro. Se invece il problema è che ci sono poche persone curiose, oppure poche persone colte, Internet è in grado di aiutarle a diventarlo, esattamente come i libri o i quotidiani o il Professor Eco.
Questo varrebbe in un panglossiano migliore dei mondi possibili nel quale ognuno di noi ha tempo illimitato per stare in rete, cultura sterminata che gli permette di discenere le bufale (o anche solo le informazioni inutili) da quello che gli serve e magari è pure fondato. Epperò, il terremoto a Lisbona c'è stato. E i giornali hanno senso, proprio perché la gente ha mediamente quella mezz'oretta, se va bene, per leggerli ogni giorno.

Da secoli svolgono il loro ruolo proprio perché noi deleghiamo a qualche centinaio di persone il compito che noi normali affaccendati in altro non riusciamo a svolgere quotidianamente, ovvero il costruirci una nostra razione di informazioni in autonomia.

«In rete le persone curiose possono educare se stesse a riconoscerle ed evitarle». E' proprio quell'«educare se stessi» il problema. I giornali hanno contribuito a quella educazione. Al contrario, la rete presuppone quell'educazione (o un altro tipo di, ancora da scoprire). La fiducia nei quotidiani tradizionali la paghiamo con l'acquisto e speriamo sia ben riposta fino a quando, e può capitare e capita di frequente, l'accordo non viene tradito dalla bufala di turno.
Ma non è una questione di principio, ma di fatto. La questione di principio è l'altra, ovvero che la rete pressupone persone curiose e competenti, i giornali no e per questo hanno avuto un ruolo fondamentale per la democrazia del XX secolo.