Monday, March 30, 2009

Lascia che sia

Avevo l’impressione che questa trasformazione del mercato del lavoro avesse fatto la sua parte nel formare, nel moltiplicare o solo nel concentrare l’attenzione su una particolare psicologia, su un preciso tipo umano: esattamente consapevole della propria impotenza, di una dolcezza esagerata, pietoso, dolorosamente strafottente, ostinatamente impegnata a far passare per casuale ogni attività intrapresa, ogni passione. Ai miei occhi, commovente.
Carola Susani, nell'introduzione a Sono come tu mi vuoi, individua una nuova etica della precarietà per giovani, ma non troppo, che fanno i conti con solo un futuro a corto raggio, un futuro prossimo. Ma senza piagnistei e isterismi. Ci abbiamo scritto qualcosa qui.

1 comment:

Angela Cinicolo said...

Bello il suo articolo sul precariato nella scrittura (e nella cinematografia) recente. La scrittura, quando si occupa di problemi seri ponendoli all'attenzione del pubblico, accorcia le distanze tra le questioni e i soggetti coinvolti e non, come una presa di coscienza lenta e naturale. Come ha fatto Saviano: non ha detto nulla di nuovo, ma ha ribadito uno stato di cose che adesso è davanti agli occhi perplessi di milioni di lettori, di milioni di cittadini del mondo.
E sollevare questioni che attendono risoluzioni non può che farci bene.
Solo non sono d'accordo con le parole del sociologo De Rita: non si può invitare i giovani ad abituarsi all'attuale situazione lavorativa. Se così fosse, troppi trentenni e troppi quarantenni sarebbero costretti a rinunciare a una speranza - necessaria - di cambiamento e le loro menti sarebbero svuotate di quella fantasia che oggi permette loro di andare avanti. E, nel caso di scrittori e giornalisti, di continuare a scrivere. Non trova?