Tuesday, February 23, 2010

Il cervello che pensa e la cultura non sa

Provate per esempio a pensare a vostra madre, poi a voi stessi, infine a un politico famoso. Se siete nati a Milano o New York, il vostro cervello si attiverà in maniera diversa per ognuno di questi pensieri. Se invece vivete a Tokyo o Delhi, tenderete a unire le tre cose, mettendo insieme la percezione dell´Io, della famiglia e della società.
Certo, la colpa non è di Anais Ginori, la giornalista che oggi su Repubblica presenta l’ennesima grande frontiera della nuova koinè: le neuroscienze. La quantità di incongruenze, paradossi, difficoltà, che escono fuori a leggere l’articolo meriterebbero almeno di sorvegliare le parole. Si racconta dell’ultimo filone che avrebbe preso lo studio del cervello, ossia studiare quanto le differenze geografiche e culturali determinano il nostro modo di pensare. Messa così sembrerebbe un’apertura. Vedi, si potrebbe dire, si sono aperti a una qualche forma di relatività, i norvegesi e gli aborigeni australiani magari pensano in maniera diversa. E la giornalista lascia intendere questo (certo dice pure che ci sono discussioni, ma se lo scrive Newsweek un qualche interesse ci sarà).

Il gran problema tuttavia è appoggiare quest’intuizione sul legame tra pensiero (che poi qualcuno dovrebbe dire cos'è) e latitudine di provenienza sulle neuroscienze come se queste fossero qualcosa che sta fuori dalla cultura così come è a Manhattan oppure nel mezzo del Borneo.

Come se lì ci fossero le culture, che producono dei modi di pensare così e così (nei boxini, Rep. mette Aristotele e Confucio), e fuori da esse ci sono gli scienziati con i loro strumenti, evidentemente extra-culturali e non frutto di pensiero, che ti fanno vedere le differenze tra culture.

In tutti questi studi, e soprattutto in tutte le sintesi giornalistiche che li raccontano, non sopravviene mai il dubbio che le neuroscienze non stiano da qualche parte fuori, fuori dalle culture. Che anch’esse sono un prodotto di un cervello e dunque di una cultura.

Sarebbe facile discutere affermazioni come «l´individualismo degli occidentali o lo spirito collettivo degli orientali è visibile nei processi cognitivi». Vorrei proprio vedere cosa si vede.
Ma non è solo questo, né i rischi di razzismo che suciterebbero teorie del genere (non mi pare ne siamo stati immuni anche prima di venire a sapere dell’esistenza delle neuroscienze culturali). Piuttosto, quel che andrebbe discusso è l’ingenuità con cui si distinguono le cose che dipendono dalla cultura e quelle che no, che non sono affare della cultura ma che ci dicono proprio come le cose stanno. E questo non può essere affare delle neuroscienze.

Monday, February 15, 2010

I dubbi di Touraine

Secolarismo e laicismo? Hanno molti limiti. Individualismo? Da rivalutare. Femminismo? Non contro gli uomini ma per una autodeterminazione delle donne che passa pure per la pornografia.
Vado a intervistare il grande vecchio della sociologia francese con molti dubbi in testa.

Lo stallo multietnico e Maroni

Il paese è multietnico e questo è un fatto. Malgrado gli esorcismi (da Berlusconi in giù), cinque milioni di stranieri in Italia dicono che il multiculturalismo non è più una scelta.
La questione è che di questi cinque milioni non si sa che farne. Non è chiaro come inserirli nel tessuto sociale autoctono (sinistra) ma neanche come asservirli in una gerarchia pararazzista (destra). La rete per tenere ordinati questi cinque milioni di persone è piena di buchi. Soprattutto mancano le idee su come dovrebbe realizzarsi questa integrazione possibile.

Mancano a sinistra dove si ripete stancamente il mantra di parole svuotate: "differenze", "diversità", "culture", "apertura", "solidarietà", "tolleranza" ecc. sono canzoni da organetto ormai, con nessuna presa sulla realtà né su coloro che dovrebbero ascoltarle.
Nè tantomeno a destra si sa dove mettere le mani. Certo, si sa come raccogliere il consenso nel profondo nord impaurito ad arte, ma non come governare il fenomeno (vedi Milano). (Che poi qual è il fenomeno?)

Per questa ragione fa pensare l'intervista a Maroni sul Corriere. Che ci prova a guardare un dito più in là, sapendo bene che tanto da lì non può muoversi.
"Basta quartieri multietnici" dice. Che in verità che c'è di male, anzi dovrebbe essere la norma in una società multietnica un qualtiere multietnco, ma vabbé.
Basta quartieri multietnici. D'accordo, il problema è che poi viene fuori il quartiere dei cinesi, quello dei marocchini, dei peruviani ecc. E allora siamo da capo a dodici, e ti dicono che ti sei coltivato in casa il terrorista come a Londra, reclusi in ghetti monoculturali (Sen) a sovranità limitata dello Stato.
E allora bisogna distribuirli per la città, ma allora ti arriva la sciura milanese che ha votato l'Umberto e che no, il puzzo di curry per le scale proprio non ce lo vuole.
E allora si rimane così, senza un'idea. Fino alla prossima incazzatura, la prossima vetrina sfasciata, la prossima coltellata.

Monday, February 08, 2010

The View From Your Window

Andrew Sullivan, il celebre blogger Andrew Sullivan, ha tirato fuori un libro dalla sua rubrica (o meglio, dalla rubrica di foto dei lettori inviate da tutto il mondo) “The View From Your Window”. Il libro è qui e lo si può sfogliare per intero. Certo la foto di Roma rende fino a un certo punto. Però, l'impatto nel complesso del volume, vale.

Tuesday, February 02, 2010

DeLillo e il cattivo inizio

«La vera vita non è riducibile a parole scritte o dette. Da nessuno, mai». Sembra che inizi così il nuovo romanzo di Don DeLillo, Point Omega, storia di un rapporto tra un artista e un intellettuale, come racconta Antonio Monda oggi su Repubblica. Ora, qui non si discute del romanzo - ovviamente non lo ho ancora letto - ma dell'incipit. D'accordo, DeLillo è un grandissimo della letteratura contemporanea, d'accordo il Nobel ecc. Ma l'incipit, messo cosi' e' una banalita', peraltro molto discutibile. Quale sarebbe la vita «vera»? dico, dov'è? qual è quella vera di fronte quella presumibilmente falsa? E ancora, una volta identificata questa presunta vita vera, come se ne parla se non appunto attraverso «parole scritte o dette» che tutti quanti in ogni attimo pronunciamo o mettiamo nero su bianco? E poi, quando scriviamo e parliamo, cosa facciamo se non vivere una vita? Vera.

Monday, February 01, 2010

Il romanzo: da prodotto a servizio

Incollo qui le risposte che Francesco Dimitri mi ha dato per un pezzo uscito qualche giorno fa su Nova24. (L'editing è quello che è).


«Ho un Kindle e ci leggo di tutto: libri nuovi, che compro, e classici fuori diritti, che scarico gratuitamente». Non sono molti gli scrittori italiani che per ora hanno preso sul serio la rivoluzione in corso che sta coinvolgendo il mondo dell’editoria. Francesco Dimitri, autore di Pan (Marsilio), è uno dei pochi che smanetta con la tavoletta bianca di Amazon. Lo scrittore, dice, si sta trasformando da produttore a fornitore di servizi. Dovrà adattarsi ai nuovi strumenti e inventare una nuova narrativa. Altro che ipertesto, la nuova frontiera saranno le serie, come in tv.

Cosa leggi col tuo Kindle?

Soprattutto narrativa, ma anche saggistica - Charles Fort in cima alla lista, è una mia vecchia passione. Sul mio Kindle ci sono King, Dickens, Lovecraft, Machen, Steinbeck, Poe, ma anche autori minori come Kelly Armstrong e Richard Laymon... devo continuare?

Per ora, sembra che gli ebook vogliano convincere i lettori che non sono così diversi dalla carta. come a far scordare che si tratta di un supporto diverso. Secondo te, quali sarebbero prospettive da sviluppare?

Prima di avere un ebook, neanche io mi rendevo conto di quanto avrebbe cambiato il mio rapporto con i libri. Leggere da un ebook reader è come leggere da un libro cartaceo, ma ne ho centinaia sempre con me (e risolvo, o almeno diminuisco, problemi di spazio piuttosto seri).
E poi, certo, ci sono degli svantaggi: una bella edizione su carta di buona qualità ha una carica sensuale che nessun reader ha. Però non è un gioco di vincitori e vinti: si andrà verso edizioni cartacee sempre più belle e edizioni digitali sempre più funzionali, raggiungendo un bilanciamento tra le due. Almeno, spero.

L'idea di una narrativa ipertestuale non ha avuto molto successo a parte qualche esperimento deludente. Le cose andranno diversamente con Kindle e soci?


Dubito. Il problema della letteratura ipertestuale è che anche gli esempi più famosi (penso ad Afternoon di Michael Joyce) sono una noia mortale, leggibili solo da accademici e appassionati. Altre forme ipertestuali, meno pretenziose ma concettualmente più interessanti, come i libro-game, probabilmente potrebbero conoscere una seconda giovinezza: ho visto edizioni elettroniche della storica serie Choose your own adventure, e sono fatte molto bene. Però ricordiamoci che i libro-game hanno avuto in alcuni periodi tirature altissime anche su carta.
Io credo che l''interattività' sia molto spesso una buzzword vuota. Il vecchio libro è già molto interattivo: leggere non è possibile, senza completare le parole con la propria immaginazione. Non è detto che l'ipertesto sia un'esperienza 'più' interattiva del 'testo-e-basta'. Poi, io sono sempre aperto alle novità, e magari tra due mesi uno scrittore nuovo mi esalterà con un ipertesto divertentissimo. Ma non credo che i lettori di ebook, di per sè, spingano in questa direzione.

Per uno scrittore cosa dovrebbe essere il nuovo? La possibilita' di aggiungere inserti multimediali in un romanzo (link, sonoro ecc.)?

Anche, ma non credo sia la cosa più importante. Il punto è che a molti la semplice parola scritta continua a piacere. Pensa ai blog: certo, ci sono video e immagini, ma si basano per la maggioranza sulla scrittura. Il mio non è un discorso conservatore, tutt'altro: adoro le forme miste, sono un videogiocatore appassionato, non sto difendendo una presunta 'purezza' del libro. Dico solo che non tutte le novità passano attraverso colori e suoni.
Io credo che la più grossa novità portata dai lettori di ebook potrebbe essere un cambiamento della forma-romanzo, e sto provando a lavorare anche in questa direzione. Il romanzo è solo una forma che la narrativa ha assunto in un periodo storico: potremmo arrivare a forme miste, che in parte pescano nei vecchi romanzi d'appendice, in parte nelle spettacolari soluzioni trovare negli ultimi anni da autori televisivi. Ecco, se una cosa prevedo nel futuro dell'ebook, è un ritorno massiccio della serialità.

Sei un appassionato di giochi. Quanto c'è di narrativo in un gioco? e di letterario?

Moltissimo. Io sono in particolare un appassionato di giochi di ruolo, che si basano sulla creazione di storie. E c'è una perfetta continuità tra giochi, scrittura e vita: tutt'e tre sono piacevoli, e se non lo sono, c'è qualcosa che non va. In tutti e tre i casi ci sono regole, e c'è il piacere che viene dal superarle, dall'aggirarle, dal trovare il modo di fregarle. Ci sono scrittori che hanno un approccio molto serio e per niente ludico alle loro cose. Da lettore, di solito non mi piacciono.
Tra l'altro il mercato dei giochi di ruolo, che è un mercato piccolo e di nicchia, ha scoperto gli ebook da anni, molto prima che arrivassero all'attenzione del grande pubblico.

Gli ebook segnano anche la fine dei limiti fisici di un romanzo. Pensi che lo spazio infinito del digitale possa cambiare qualcosa per il lavoro dello scrittore?

Assolutamente sì. Io credo che siano in arrivo tempi eccitanti, e lo dico sia da lettore che da scrittore. Da lettore, perché le mie possibilità di accedere a libri aumentano: se ho voglia di un horror, apro il mio kindle e in meno di cinque minuti ce l'ho. Da scrittore, perché appunto, ci sono nuove sfide, nuovi formati da inventare.
C'è un cambiamento epocale, in corso, in cui il libro smette di essere un 'prodotto' e inizia ad essere un 'servizio'. Con un kindle e un iPhone puoi accedere ai libri che hai comprato praticamente sempre. Se anche hai lasciato a casa il Kindle, accendi l'iPhone e continui a leggere il tuo ebook da dove ti eri fermato. Appunto, un servizio cui accedere. Niente più 'ora-come-faccio-ho-lasciato-il-libro-a-casa-e-il-bus-è-in-ritardo'. Per un lettore avido come me, questo è impagabile.
E gli scrittori diventano sempre più fornitori di servizi. Sempre più utili, sempre più importanti.
Ma anche gli editori avranno un posto fondamentale, perché se l'offerta diventa virtualmente infinita, un marchio che ti dice 'questa offerta è di qualità' serve.
Insomma: non vedo disastri, all'orizzonte, solo nuove possibilità per tutti. Tutto sta a saperle coglierle... ma questo, ahimè, è un altro discorso, e mi sembra che non tanti si stiano distinguendo per lungimiranza.

In un articolo di qualche mese fa, Steven Johnson suggerisce uno scenario nel quale il nostro libro è inserito in rete, potremo sempre ricorrere a quello che chiama un "global book club". Le pagine avranno un loro rank e gli scrittori potranno lavorare su questo, taggare i singoli paragrafi, acquisto di singoli capitoli. Ecc. Tutto questo t sembra una prospettiva positiva per il futuro per la letteratura?


Completamente. Ancora una volta: tutto sta ad adattare la narrativa alle tecnologie con cui narri. Quando il libro cartaceo era la forma privilegiata di diffusione di storie, il 'romanzo' così come lo conosciamo si è imposto come standard. Adesso nascono forme nuove. Ma anche nuovi modi di lavoro: riscrivere vecchie cose è il sogno di qualsiasi scrittore... e la possibilità di farlo che offrono i formati digitali è formidabile. Magari interagendo con i lettori in tempo reale, e cogliendo i loro spunti, come facevano i cantastorie orali di un tempo.
E le vecchie forme non moriranno: continueremo ad avere anche romanzi 'classici', per fortuna. Solo, ci saranno forme nuove che si affiancheranno loro.

Luca lo sa

Luca dice bene i miei dubbi sull'iPad.

Tecnologicamente, l'iPad è un'evoluzione di idee già viste, con un tocco (questo sì magico) di design straordinario. E rispetto a ogni altro tablet è focalizzato su un valore d'uso ben preciso: leggere, accedere al web, accedere a contenuti. E adattandosi al mezzo, fare la mail, fare i conti, fare presentazioni, scrivere. Non è il massimo della portabilità e non è il massimo per produrre: a quelle attività servono meglio l'iPhone e il Mac. L'iPad doveva diventare il massimo in qualcosa di intermedio. Che probabilmente è la fruizione comoda dei contenuti digitali, a un prezzo molto contenuto se ci si accontenta (come è probabile per adesso) della versione che privilegia la connessione wifi.

Friday, January 29, 2010

Perché l'iPad è vecchio

Impressioni superficiali sul nuovo giochetto

Uno degli effetti (forse marginali o forse no) dell’economia cosiddetta «postindustriale» e dell’«immateriale» è quello di aver reso molto difficile separare tempo del lavoro e tempo libero. Come sanno molti che lavorano ore davanti al computer, è difficile separare con precisione quello che si fa per lavoro e quello che si fa per svago, per divertimento ecc. Facebook può essere lavoro e no, blog possono essere lavoro e no, YouTube può essere lavoro e no. Non solo perché possono essere usati per entrambe le attività ma proprio perché ogni singola attività può svolgere entrambe le funzioni (lavoro e tempo libero).

Ecco. Il pensiero che ho avuto guardando l’iPad è che questa ampia zona grigia nella quale si lavora e ci si intrattiene allo stesso tempo sia stata dimenticata, o comunque lasciata da parte volutamente. Come se Jobs abbia realizzato qualcosa che si riferisce a un mondo precedente, nel quale gli ambiti erano ben distinti.

No, non c’entra con l’iPhone che in fondo rimane, almeno nelle dimensioni, un telefono quindi difficilmente sovrapponibile al pc per molte funzioni (leggere, scrivere, vedere film, anche giocare ecc.). L'iPad ti costringe a stare nei limiti del dovuto molto più di quanto lo fa un portatile qualsiasi. Se voglio leggere un libro e poi usarlo per il mio lavoro, se voglio vedermi un video mentre faccio calcoli, devo usare due strumenti! posare l'iPad e accendere il computer. L’iPad è perlopiù un player orientato a video, libri, giornali e tutto quel che sarà ecc. ma che non permette di lavorare al modo in cui si lavora in molti ambiti in questo tempo: molto spesso cazzeggiando pure.

Wednesday, January 20, 2010

Brian Arthur e l'evoluzione della tecnologia

Intervista a Brian Arthur - ingegnere, economista e altro - su come la tecnologia evolve in modi non troppo diversi dai modi animaleschi qui il pdf. (Uscito su Nova24)

Tuesday, January 19, 2010

Reset 117

Uscito oggi.

Thursday, January 14, 2010

Immagini allo specchio

Ieri, per la prima volta il titolare ha passato il pomeriggio in una commissione di laurea. Esperienza interessante ma non è di questo che voglio parlare.
Una delle tesi che ho seguito analizzava il fotogiornalismo in Italia dalle origini fino all'attuale crisi del settore. Crisi che per molti aspetti coincide con quella del giornalismo nel complesso. La rivoluzione digitale ha trasformato l'intera filiera delle immagini: produzione, archiviazione, ricerca, distribuzione, distorsione, fotoritocco ecc.
E' stato un bel lavoro fatta da una ragazza appassionata.
Il correlatore ha obiettato che non basta la buona volontà per dare speranze al settore, ma forse si dovrebbe pensare a qualche cosa d'altro per far uscire il fotogiornalismo (come il giornalismo in generale) dalla crisi nella quale versa. Nel controbattere la candidata ha vacillato un po' (in fondo non è semplice dare una risposta al volo a una domanda che toglie le parole di bocca all'intero comparto dell'informazione mondiale).
Poi ha buttato lì: ecco, forse si potrebbe iniziare dalla qualità delle immagini, dalla selezione. Per esempio, evitando la standardizzazione del taglio delle foto, della scelta, dei soggetti. Insomma, concludeva la giovinetta, una strada da battere per far respirare il fotogiornalismo potrebbe essere non pubblicare sempre le stesse foto.

Tutto questo per dire che oggi Corriere della sera (prima pagina in pdf) e Repubblica (prima pagina in pdf)per raccontare la tragedia di Haiti hanno scelto la stessa identica foto.

Monday, January 11, 2010

Ah, la balle


A Parigi ho scoperto una delle migliori riviste del pianeta: So Foot. Una delle migliori in assoluto, non solo sul calcio o lo sport. E' fatta da un gruppetto di ragazzotti molto svegli. Nel numero speciale sulle cinquanta leggende del pallone mondiale l'Italia vi compare per: Il Torino di Superga, la Lazio fascista del '74, Gigi Meroni e Pasolini. Indirettamente anche quando si parla della Nord Corea nel '66. I primi da leggere sono: il Cosmos, il Nottingham Forest, Biri-Biri il primo giocatore africano in Spagna.
(E noi ancora con le figurine Panini).

Saturday, January 02, 2010

Ah, la presse

Appunti su alcuni giornali francesi


Il giorno della notizia del rapimento di due reporter di France 3 in Afghanistan, Le Monde apre il giornale con la "Tax Carbone" (tassa sulle emissioni di Co2) di Sarkozy.

Pagina 2, 3 e 4 di Liberation nella prima uscita del 2010 (il 2 gennaio) sono dedicate a Sigmund Freud.

Il 1 gennaio Le Monde dedica un articolo di un paio di cartelle ai festeggiamenti del capodanno. Un riassunto di quello che è capitato agli Champs Elisee, a Bordeaux, a Lille, a Marsiglia.

Nouvel Observateur, settimanale di informazione, nell'ultimo numero del 2009 dedica una copertina al Rinascimento.

Le Magazine Philosophique e la rivista di cultura ebraica fanno bella mostra nell'edicola a Place de la Republique.

Gli ultimi numeri dell'anno del magazine di Le Monde sono dedicati a Lula uomo dell'anno 2009 e ai migliori chef francesi.

Le Monde il 2 gennaio mette Ascanio Celestini in prima pagina.

Tuesday, December 15, 2009

Il "ragionevolismo" del Corriere

Il "ragionevolismo" del Corriere della sera fa scrivere a GA Stella un editoriale che inizia con la colpa della rete e finisce che invece il buon esempio lo devono dare quelli che non sanno che e' internet. Curioso argomentare. qui

Friday, December 11, 2009

Segnalazione

Un pezzo su Sunstein, sulle dicerie e internet uscito su Nova24. qui

Monday, November 30, 2009

Reset 116

Domani esce il nuovo Reset.

Wednesday, November 18, 2009

Democrazia, alfabeto e geroglifici

I think our alphabetic system of writing may be doomed. It doesn't work well with realtime communication. That's why people are forced to use all sorts of abbreviations and symbols - the alphabet's just too damn slow. In the end, I bet we move back to a purely hieroglyphic system of writing, with the number of available symbols limited to what can fit onto a smartphone keypad. Honestly, I think that communicating effectively in realtime requires no more than 25 or 30 units of meaning.

Give me 30 glyphs and a URL shortener, and I'm good.


Nicholas Carr ha scritto qualche giorno fa di come ci si abitua rapidamente a ciò che la nuova tecnologia ci suggerisce e che di primo acchitto ci fa molta fatica fare. Twittare in 140 caratteri sembrava impossibile: come far stare un pensiero sensato in poche parole? Eppure, funziona, si fa, anzi, pare non se ne possa fare a meno.

Poi, come qualche altro dei tecnologhi più in vista, Carr ha il coraggio di buttarsi tipico degli anglosassoni e degli americani in particolare. Prova a leggere e interpretare i segni dell'oggi in chiave futura. Qui sostiene che l'alafabeto è destinato a scomparire a favore di un ritorno a una qualche sorta di geroglifico, sistema più economico, apparentemente.

Tuttavia, solo apparentemente, i geroglifici sono più semplici delle 20 e rotte lettere dell'alfabeto. La banalotta idea dei segni pregni di significato al posto di quelli arbitrari non regge. Si pensi che nel posto dove si usavano stilizzazioni di immagini - l'antico Egitto - esistevano degli scrittori-lettori di professione che dedicavano la loro vita a quel mestiere. Altro che semplificazione, una catastrofe comunicativa.
L'alfabeto con la sua semplicità ha spazzato via la complicatissima prassi di scrittura e lettura geroglifica. La democraticità e semplicità dei 140 digits non potrà mai sopportare il ritorno alla convenzionalità geroglifica.
Gli ideogrammi giapponesi sono stati già sconfitti, il cinese se la rischia molto, se non fosse che sono un miliardo e mezzo di persone. Ma in the long run, non c'è scampo, l'alfabeto vince.

Friday, November 13, 2009

Tonara in provincia di Nuoro calling


Che bella cosa.

Thursday, November 05, 2009

Femminismo e oltre

Judith Butler è una filosofa americana. Fino a poco tempo fa molto nota per le sue prese di posizione radicali e provocatorie su femminismo, lesbismo, ecc. Da qualche tempo riflette sugli effetti della guerra (Frames of War) e sull'effetto della globalizzazione sugli ordinamenti istituzionali della modernità. Per dire, il fatto che in Italia c'è un 7 per cento di abitanti (gli immigrati regolari e senza cittadinanza) che lo Stato non riesce a inquadrare.
Be', gli ho fatto oggi una gran intervista che uscirà sul prossimo Reset.

Tuesday, November 03, 2009

Epidemia


Sui giornali di oggi (per esempio Umberto Veronesi sulla Stampa, ma anche altrove) si legge che l'influenza A potrebbe fare migliaia di vittime in Italia, forse decine di migliaia. Che tuttavia non è più violenta dei soliti raffreddamenti stagionali, è solo più contagiosa. Non che questo ci rassicuri fino in fondo, migliaia di morti son sempre migliaia di morti (che quando ho scoperto che l'influenza normale ne fa più o meno cinquemila l'anno già mi sembrava un'enormità). Quel che mi chiedo è: Repubblica.it ha intenzione di enumerarli tutti, uno per uno, il bambino, il musicista, il napoletano, l'immigrato, l'anziano, e via dicendo?